Il Pd si è affrettato a dire che, anche se oggi confermerà in aula al Senato la scelta dell’astensione assunta in commissione sul federalismo fiscale, ciò equivarrebbe, secondo le regole di Palazzo Madama, a un voto contrario. Dietro gli stop and go di Veltroni c’è l’evidente tentativo di unire la spinta dei dirigenti nordisti e il dialogo con la Lega alla necessità di costruire ponti con l’Udc. E’ la dimostrazione di quanto sia difficile stabilire un dialogo serio con l’opposizione anche su riforme che potrebbero essere condivise come il federalismo, che negli ultimi dieci anni è sempre stato anche nel programma di governo del centrosinistra. Tremonti ha giustamente messo le mani avanti, dicendo che sono in gioco un numero elevatissimo di variabili, che il federalismo “è un congegno ad alta complessità tecnica” e che a oggi è “difficile” fare un esercizio di simulazione sugli effetti finanziari della riforma. Discorso ineccepibile anche dal punto di vista istituzionale, visto che “costituzionalmente” l’analisi di impatto economico sulle leggi delega si fa “solo se queste producono effetti economici. Se la delega rinvia gli effetti economici ai decreti attuativi, l’analisi dell’impatto viene fatta sui decreti”.
Tutti sanno che il problema ineludibile è che la riforma federalista giunge in coincidenza con una crisi economica di cui nessuno è in grado di stabilire durata ed effetti. Il governo deve necessariamente muoversi con grande cautela, in attesa della trimestrale di cassa, perché c’è più di un timore sul crollo degli introiti derivanti dall’Iva, e noi dobbiamo stare attenti alle agenzie di rating: se declassassero il nostro debito sarebbe infatti un disastro, vista la concorrenza dei titoli di Stato tedeschi e francesi. L’obiettivo del governo, in questa difficile contingenza, è evitare che l’attuazione del federalismo fiscale finisca per intensificare e prolungare la crisi, e la Lega ha il dovere di condividere questo realismo e questo senso di responsabilità, perché nessuno ha intenzione di rinviare l’attuazione della riforma, ma il costo di cento miliardi che fu stimato da uno studio di qualche anno fa oggi sarebbe assolutamente incompatibile con l’equilibrio dei conti statali. Bossi vuole che il federalismo venga varato definitivamente prima del termine della legislatura, e questo è un obiettivo realizzabile, ma anticipare i tempi è praticamente impossibile.
Il testo della riforma è arrivato in aula dopo un lungo lavoro di mediazione fra maggioranza e opposizione, e sancisce in particolare il passaggio dalla spesa storica ai costi standard per i servizi fondamentali erogati dagli enti locali, definisce le funzioni essenziali per Comuni e Province, in attesa della Carta delle Autonomie e contiene le norme su Roma Capitale. Questo in sintesi il contenuto del provvedimento il cui voto finale è atteso per giovedì. Poi il testo sarà trasmesso a Montecitorio.
Da spesa storica a costo standard. Bisogna assicurare autonomia di entrata e spesa agli enti locali in modo da sostituire, gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica con quello del costi standard per i servizi fondamentali che devono costare ed essere erogati in modo uguale in tutto il Paese.
Premi per enti virtuosi. Un “sistema premiante” per chi, a fronte di un alto livello dei servizi, sia in grado di garantire una pressione fiscale inferiore alla media degli enti del suo livello. Sanzioni fino al commissariamento per comuni, province e regioni inadempienti.
Tetto a compartecipazioni. Per l'erogazione dei servizi le autonomie locali fanno ricorso al fondo perequativo, alla compartecipazione a tributi erariali e a tributi propri. Nel caso dei comuni è previsto un mix di compartecipazione a Iva e Irpef. Il ddl prevede in ogni caso una tendenziale limitazione delle compartecipazioni alle sole spese per garantire le funzioni essenziali
Funzioni comuni e province. Il ddl definisce le funzioni essenziali per Comuni e Province, in attesa della Carta delle Autonomie. Il testo prevede anche la definizione delle funzioni e dei conseguenti tributi per le città metropolitane.
Roma capitale e città metropolitane. Dalla tutela dei beni storici e artistici alla valorizzazione di quelli ambientali e fluviali, dall'edilizia pubblica e privata alla protezione civile: sono alcune delle funzioni amministrative che spettano al comune di Roma, oltre a quelle attualmente di sua competenza. Queste funzioni sono disciplinate con regolamenti del Consiglio comunale, che diventa Assemblea capitolina. A Roma Capitale viene attribuito un patrimonio ''commisurato alle funzioni'' che le vengono attribuite ed è previsto anche il ''trasferimento, a titolo gratuito, a Roma capitale dei beni appartenenti al patrimonio dello Stato non più funzionali alle esigenze dell'Amministrazione centrale”.
Patto di convergenza. Il governo individua un percorso dinamico di convergenza ai costi e fabbisogni standard detto “patto di convergenza” che gli enti sono tenuti a rispettare. In caso contrario lo Stato accerta le motivazioni degli scostamenti e stabilisce le azioni correttive.
Bicameralina. A dare il parere sui decreti attuativi sarà una commissione bicamerale, composta da 15 deputati e 15 senatori, indicati dai gruppi e nominati dai presidenti delle Camere. La commissione lavora con la consulenza di un comitato esterno con rappresentati delle autonomie territoriali nominato dalla Conferenza Unificata. Il governo, se non intende conformarsi ai pareri di questa commissione come di quelle economiche che saranno investite di questo compito, deve rimettere i testi alle Camere, ma dopo 30 giorni dalla nuova trasmissione può comunque adottare i decreti in via definitiva.
Tempi di attuazione. Il primo decreto attuativo del ddl va emanato entro un anno, gli altri entro due anni dall'entrata in vigore del testo. Il sistema sarà a regime al massimo entro nove anni.
B-Link srl