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Intercettazioni - Perché, quando e su chi

Arriva la stretta sulle intercettazioni telefoniche, un abuso tipicamente italiano come vedremo dalle cifre. E, nonostante i soliti (e incomprensibili) sforzi del Pd di dimostrare il contrario, la stretta arriva esattamente nei termini annunciati da tempo da Silvio Berlusconi. Come ha confermato lo stesso premier, saranno consentite le intercettazioni per indagini su reati la cui pena edittale (cioè senza patteggiamenti, aggravanti o attenuanti) sia fissata dal codice in 10 anni. Si tratta dunque dei reati più gravi, corruzione e concussione compresi. Rientrano nella disciplina, ovviamente, le inchieste per mafia, criminalità organizzata e terrorismo.

Verranno messe sotto controllo le modalità a la durata delle intercettazioni: non potranno eccedere il limite di tre mesi, verranno consentite per reati pregressi solo in presenza di notizie certe di crimini aggiuntivi e l’ufficiale che le disporrà su richiesta dei magistrati dovrà registrarne modalità, uscite e consegna dei nastri.

Quanto alla stampa, nessuna limitazione a danno dei giornalisti. Saranno gli editori a pagare le multe per la pubblicazioni di intercettazioni illegali; e dunque dovranno assumersi preventivamente la responsabilità di ciò che avviene nelle loro testate.

Norme che tenteranno di riportare l’Italia nei binari del diritto e della tutela della privacy, senza impedire il contrasto alla criminalità vera e senza violare la libertà d’informazione da parte dei cronisti. Norme quindi né liberticide né compiacenti verso la malavita. E dunque non si capisce che cosa abbia da obiettare il Pd, il cui ministro ombra Lanfranco Tenaglia afferma che Berlusconi ha fatto una clamorosa marcia indietro. Mentre Di Pietro annuncia un referendum contrario: sarà il caso che Pd e Idv si mettano d’accordo?

Ciò che verrà estirpato è il malcostume delle intercettazioni usate per le “indagini a strascico”, cioè per individuare reati senza che una persona non sia né indagata né sospettata. Ancora di più cesserà il fenomeno di clamorosa violazione della privacy con la pubblicazione di conversazioni che non comportano alcuna ipotesi di reato, o relative a processi che finiscono nel nulla.

Tre casi recenti, sui quali la sinistra si guarda bene dal commentare: il processo cosiddetto Vallettopoli, una maxi-indagine conclusa con una archiviazione; Moggiopoli, nel quale la gran parte degli imputati e delle imputazioni sono stati archiviati. E da ultimo anche il processo sulla scalata Unipol che ha visto coinvolti finanzieri e leader della sinistra: la Cassazione ha annullato il processo stabilendo che non andava fatto dalla procura di Milano, ma da quella di Bologna. Al di là del merito, chi risarcisce il danno economico per lo Stato ed il contribuente?

Basta dare un’occhiata alle cifre per comprendere la patologia e l’abuso delle intercettazioni in Italia. Nel 2007 si sono spesi 227 milioni di euro, il 33% del bilancio ordinario della giustizia, con 125.000 persone intercettate: in Francia sono 20 mila, in Gran Bretagna 5.300, negli Usa 1.700. Dal 2003 ad oggi le utenze intercettate dono aumentate del 50%, fino a giungere ad un totale di tre milioni di telefonate al giorno. E poiché molte procure appaltano le intercettazioni all’esterno, si tratta anche di un gigantesco business, del tutto fuori controllo, che si scarica due volte sui cittadini: prima come vittime dello spionaggio, poi come contribuenti.

Questo è il malcostume al quale Berlusconi vuol mettere la parola fine. Un malcostume che con la giustizia e con la sicurezza dei cittadini ha ben poco a che fare. Ma del quale la sinistra, politica e mediatica, non ha mai voluto occuparsi; anzi ci ha campato sopra finché non ne è rimasta essa stessa vittima. Anche se non sembra che abbia imparato la lezione.

 

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